In breve: un gruppo di ragazzi (idioti) nell’aula di una scuola molesta un ragazzo con sindrome di down, riprende tutto con il telefonino e carica il video su Google Video.
Vengono denunciati… i ragazzi, direte voi, no: Google. E per di più vengono condannati 3 dirigenti.
Oggi, dopo un mese e mezzo, sono state pubblicate le motivazioni.
Il giorno dopo la condanna ci fu (giustamente) una levata di scudi contro quella condanna, perché si pensava che il giudice avesse voluto condannare Google ritenendolo responsabile del contenuto, il che sarebbe stato un pericolosissimo precedente di limitazione della libertà su internet. Infatti, piattaforme come Google Video o Youtube ogni giorno ricevono milioni di upload, basti pensare che ogni minuto nel mondo vengono caricate 13 ore di video. Ritenere responsabili dei contenuti i siti di video sharing vorrebbe dire costringerli, per non incorrere in sanzioni, a controllare tutti i video ex ante, cioè prima della pubblicazione. Il che, oltre ad una buona dose di arbitrarietà da parte del sito (chi scegli quali video sono buoni e quali cattivi e in base a che?), implicherebbe tempi e costi proibitivi, in pratica sarebbe la morte del video sharing e un duro colpo alla creazione della tanto sospirata rete internet libera e neutrale.
Oggi apprendiamo che il giudice ha emesso la condanna contro Google perché non è stata rispettata la legge italiana sulla privacy, inoltre la stessa informativa sulla privacy era carente, o comunque nascosta nelle condizioni generali di contratto tanto da risultare inefficace.
Fatto importante a fini della condanna è stato che Google trae vantaggio economico dai suoi video, dice il giudice infatti, che se una scritta su un muro fatta da altri non costituisce un reato per il proprietario del muro, lo sfruttamento commerciale della stessa potrebbe esserlo.
Le motivazioni di questa sentenza mi hanno lasciato molto perplesso.
Intanto immagino che il giudice avrebbe potuto tranquillamente evitare di sottolineare come non possa esistere la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente vietato. Non perché non sia vero, anzi. Non credo ci sia traccia al mondo di un giudice che motiva una condanna di omicidio cominciando col dire che è non deve esistere una città dove la gente sia libera di ammazzarsi. Ma va?
E poi. Davvero il giudice manda in galera tre tizi perché l’informativa sulla privacy del loro sito non era abbastanza evidente, mentre quelli che hanno malmenato (tanto orgogliosi da filmarsi e farlo sapere al mondo) un coetaneo, peraltro malato, sono a casa beati a giocare con la loro playstation?
E ancora. Andiamo all’esempio che fa il giudice: sul muro di casa mia un tizio fa una scritta offensiva. Io non ne sono responsabile, quindi non posso essere condannato per quella scritta, però se la sfrutto commercialmente allora può essere giusto che io sia condannato.
Vediamo: Io ho un muro. Decido di montarci un impianto di affissione per manifesti, i famosi 6×3 per intenderci. Chiedo l’autorizzazione al comune, faccio tutto in regola e comincio a guadagnare dal fatto che la gente guarda il mio muro e i manifesti che vi affiggo. Arriva il famoso tizio che fa una scritta offensiva sul mio muro. La scritta è talmente evidente che c’è gente che si volta a guardare il mio muro solo per quella, di conseguenza io in teoria sto guadagnando da quella scritta che mi porta inconsapevoli clienti. Vuol dire che sono colpevole? Ammesso di sì, se chi si sente offeso da quella scritta mi chiede di toglierla e io la tolgo dopo due giorni, vado condannato lo stesso? Vero, quella scritta è rimasta sul mio muro due mesi, l’ha vista un sacco di gente, ma se io non lo vista (perché ero dall’altra parte del mondo) e mi si chiede di toglierla solo dopo due mesi e io lo faccio con tempestività?
Al di là di tutti gli esempi e le metafore (bella però quella di internet come prateria, no?)
È importante dire con forza che in quest’epoca satura di obiettivi fotografici, videocamere, fotoreporter della domenica e Bob Woodward de noantri, ognuno di noi, malato o sano, deve avere il sacrosanto diritto alla propria privacy e alla propria immagine e non deve essere possibile ad alcuno utilizzare dati personali di chicchessia senza averne autorizzazione.
Detto ciò, di chi è la colpa se qualcuno utilizza i miei dati personali impunemente, di chi lo fa o di chi fornisce il mezzo neutrale? (Anche se da quel mezzo ci guadagna)
Se qualcuno mi fa una foto mentre sono nudo, la stampa in milioni di copie e poi la spedisce a mezza Italia, la colpa è di Poste Italiane che ha guadagnato con i francobolli? Della tipografia che ha stampato le foto ed è stata pagata per questo? O solo e semplicemente del pervertito?
Se domani metto sotto con la macchina il vicino di casa molesto, dico di prendersela con la Fiat? A pensarci bene sul manuale dell’auto non c’è scritto in maniera evidente che investendo qualcuno può provocarne la morte, qualche giudice potrebbe darmi ragione.
Ma per favore.







