
Rai per una notte è stato “il più grande evento web della storia italiana“, si legge in un tanto orgoglioso quanto stringato comunicato sul sito creato per l’iniziativa, e da ogni parte si levano cori sulla presunta rivoluzione che quest’evento ha rappresentato.
La cosa mi lascia perplesso, perché in realtà ci vedo poco o nulla di rivoluzionario. Non entrerò minimamente nel merito dei contenuti, ma mi limiterò a giudicare quello che la trasmissione ha rappresentato da un punto di vista della comunicazione.
Punto primo. Si è trattato, appunto, di una trasmissione televisiva semplicemente trasportata sul web e neppure totalmente, infatti era trasmessa da diverse reti private, da Sky TG 24 e da Repubblica TV sul digitale terrestre. Uno show televisivo con modi e tempi televisivi, con schemi tipici e rodati di una trasmissione televisiva, con intermezzi di comici, musica dal vivo ed interviste a spezzare il “parlato” del talk show vero e proprio. E con tanto di “bello della diretta” col filmato su Benigni che non parte.
Nessuna delle possibilità che il mezzo internet offre -penso soprattutto all’interattività – è stata sfruttata, la tanto acclamata dinamicità del web si è prestata ad ancella di un modo di fare intrattenimento vecchio di cinquant’anni. Per dire, non c’era nemmeno la giornalista davanti al pc a leggere le email dei telespettattori a cui siamo abituati in decine di trasmissioni televisive.
Guardiamo poi il sito web creato per l’evento. (In realtà dovrei dire la pagina web, al singolare). Era impossibile mettere su una piattaforma per il live blogging della serata? Sfruttare piattoforme esistenti come friendfeed o twitter? Ma, cavolo, almeno un form per i commenti potevano metterlo, ad installare wordpress ci vogliono trenta secondi, per dire. Dunque, “il più grande evento web della storia italiana“, cosa aveva di web?
Il gruppo su Facebook. Oh, sì, quello l’aveva.
Sia chiaro, mia intenzione non è criticare i contenuti e che -e questa è naturalmente un’opinione personale – sono stati di buon livello, ma si è trattato di una buona trasmissione televisiva e non di un’evento web.
Una trasmissione televisiva con ascolti da serata andata maluccio sulla televisione, diventa un grandissimo evento se trasmessa tramite web, dunque la rivoluzione sta nel fatto che metà degli italiani che sanno usare il telecomando sanno anche accendere il pc e collegarsi ad un sito? Oppure la rivoluzione sta nel fatto che possono farlo, ovvero posseggono computer ed connessioni ad internet in quantità quasi paragonabile ai televisori? Se è così mi sa che non c’è alcunché di rivoluzionario anche perché il rapporto pc/ televisoni in Italia è fra i più bassi in Europa. Basti pensare che nella classifica 2009/2010 stilata World Economic Forum sullo sviluppo dell’ICT siamo al 48 posto nel mondo, dopo paesi come la Tunisia o le isole Barbados.
La serata del 25 marzo, più che una rivoluzione è un’ulteriore rivelazione sul rapporto di basso profilo degli italiani con la tecnologia: siamo quelli con meno computer ma più telefonini, appiamo i pc e la connesione internet, ma li usiamo per guardare la televisione, passiamo le ore su facebook, ma non siamo in grado di scrivere due rigne su word.
In realtà qualche altra riflessione, si può fare andando a vedere il perché della serata di ieri. In breve, in Italia durante la campagna elettorale sono state vietate le trasmissioni di approfondimento politico. Sull’assurdità di questa cosa e delle sue ragioni si potrebbero dire (e sono state dette) diverse cose, ma non è questa la sede e non è quello che mi interessa in questo momento. Per aggirare questo divieto, il conduttore del programma più famoso tra quelli vietati decide di spostare la sua trasmissione sul web. Il tutto è assolutamente legale perchè le regole che valgono per la tv non valgono per il web. Insomma, per la televisione c’è un apparato di organi amministrativi e di (teorico) controllo e (teorica) garanzia che non ha evivalenti per internet.
Questo surplus di libertà che ha internet rispetto agli altri mezzi di comunicazione di massa, sembrerebbe assolutamente positivo ed in parte lo è, ma solo in parte.
La difficoltà del controllo di internet è legato alla sua natura completamente diversa dai messi di comunicazione tradizionali, in estrema sintesi potremmo dire che si tratta di una comunicazione molti-a-molti rispetto al tipico schema uno-a-molti proprio della televisione. (In riferimanto a questo diventa ancora più chiaro il fatto che Rai per una Notte è stata comunicazione di tipo televisivo e non web). Questo vuol dire che i tentativi di controllo del web tramite regole simili a quelle della televisione risultano completamente sbagliati e deleteri, ma questo non vuol dire che la completa mancanza di regole sia un bene assoluto. Le regole, infatti, in uno stato di diritto, ci sono per la necessità di proteggere i più deboli. Se non ci sono regole chi ha il potere in un determinato momento può fare ciò che ritiene più opportuno, e nessuno meglio degli italiani dovrebbe sapere quanto il controllo sui mezzi di comunicazione possa essere fondamentale per chi detiene il potere. Se oggi la mancanza di regole per internet ha permesso l’espressione a chi era stato scalzato dal proprio posto dal potere, domani la mancanza di regole potrebbe tornare molto utile all’altra parte.
Pensiamo alla chiusura dei gruppi su Facebook (idioti) di sostegno a Tartaglia. Vengono chiusi con interventi diretti del governo che in maniera arbitraria decide che sono pericolosi, mentre altri (altrettanto idioti), che vogliono la morte dei più disperati personaggi possono rimanere. Questo esempio rende evidente che se non ci sono regole, se non ci sono organi di garanzia, per chi detiene il potere controllare un mezzo potentissimo come internet diventa molto semplice.
Se fino ad oggi chi è stato al potere non ha avuto interesse nel web, oggi con una diffusione molto ampia, sancita dal seguito della trasmissione di Santoro, (più che di una rivoluzione, parliamo di un censimento?) l’interesse potrebbe spostarsi e allora i paladini dell’internet senza regole potrebbero trovarsi molto in difficoltà nel non avere organi di garanzia a proteggerli dai sopprusi del governante di turno.
Credo che sia arrivato il momento di aprire un serio dibattito, anche politico, per la creazione di un sistema di regole fondamentali, una sorta di costituzione del web, che fissi doveri e garantisca diritti, ma che sia lontano da quanto fatto finora, infatti, negli ultimi anni, tutte le leggi fatte da entrambi gli schieramenti, anzicché garantire l’accesso di tutti ad internet e sostenere lo sviluppo hanno fatto l’esatto contrario e i risultati, ogni volta che ci troviamo a confrontarci con gli altri paesi, si notano eccome.







